martedì, 09 giugno 2009

Io è un Altro [Arthur Rimbaud]

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   Le Lettere d'Amore

  (Chevalier De Pas)

  

 

   Fernando Pessoa chiuse gli occhiali e si addormentò
   e quelli che scrivevano per lui lo lasciarono solo, finalmente solo...

   Così la pioggia obliqua di Lisbona lo abbandonò
   e finalmente la finì di fingere fogli, di fare male ai fogli...

   E la finì di mascherarsi dietro tanti nomi,
   dimenticando Ophelia per cercare un senso che non c'è,

   e alla fine chiederle: "Scusa se ho lasciato le tue mani,
   ma io dovevo solo scrivere, scrivere e scrivere di me..."

 

Le lettere d'amore, le lettere d'amore fanno solo ridere.
Le lettere d'amore non sarebbero d'amore se non facessero ridere.
Anch'io scrivevo un tempo lettere d'amore, anch'io facevo ridere.
Le lettere d'amore, quando c'è l'amore, per forza fanno ridere.

 

   E costruì un delirante universo senza amore,
   dove tutte le cose hanno stanchezza di esistere e spalancato dolore.

   Ma gli sfuggì che il senso delle stelle non è quello di un uomo,
   e si rivide nella pena di quel brillare inutile, di quel brillare lontano...

   E capì tardi che dentro quel negozio di tabaccheria
   c'era più vita di quanta ce ne fosse in tutta la sua poesia;
   e che invece di continuare a tormentarsi con un mondo assurdo
   basterebbe toccare il corpo di una donna,
   rispondere a uno sguardo...

 

E scrivere d'amore, e scrivere d'amore, anche se si fa ridere.
Anche quando la guardi, anche mentre la perdi, quello che conta è scrivere.
E non aver paura, non aver mai paura di essere ridicoli.
Solo chi non ha scritto mai lettere d'amore fa veramente ridere.

Le lettere d'amore, le lettere d'amore, di un amore invisibile.
Le lettere d'amore che avevo cominciato magari senza accorgermi.
Le lettere d'amore che avevo immaginato, ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo, se avessi ancora il tempo per potertele scrivere.

 

 

                                                                    Roberto Vecchioni [1995]

 

 

 

 

 

 

Tutte le lettere d'amore sono ridicole

 

 

Tutte le lettere d'amore sono

ridicole.

Non sarebbero lettere d'amore se non fossero

ridicole.

 

Anch'io a mio tempo scrissi lettere d'amore,

come le altre,

ridicole.

 

Le lettere d'amore, se c'è amore,

devono essere

ridicole.

 

Ma, infine,

son le creature che non han mai scritto

lettere d'amore

ad essere

ridicole.

 

Beati i tempi in cui scrivevo

senza accorgermene

lettere d'amore

ridicole.

 

La verità è che oggi

son le mie rimembranze

di quelle lettere d'amore 

ad essere

ridicole.

 

                                     Fernando Pessoa [1935]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    Fernando António Nogueira Pessoa (Lisbona, 13 giugno 1888 – Lisbona, 30 novembre 1935) è stato un poeta e scrittore portoghese.

   Avendo vissuto la maggior parte della sua giovinezza in Sudafrica, la lingua inglese giocò un ruolo fondamentale nella sua vita, tanto che traduceva, lavorava, scriveva, studiava e perfino pensava in inglese. Visse una vita discreta, trovando espressione nel giornalismo, nella pubblicità, nel commercio e, principalmente, nella letteratura, in cui si scompose in varie altre personalità, note come eteronimi.

   La sua figura enigmatica interessa gran parte degli studi sulla sua vita e opera, oltre ad essere il maggior autore della eteronomia.

 

   Morì a causa di problemi epatici all'età di 47 anni nella stessa città dov'era nato. L'ultima frase che scrisse fu in inglese "I know not what tomorrow will bring... ", e si riportano come le sue ultime parole (essendo molto miope)

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« De-me os meus òculos! »

(Datemi i miei occhiali).

 

   […] La sua infanzia e adolescenza vennero marcate da fatti che lo avrebbero influenzato in seguito. Il padre morì, a soli 43 anni, vittima della tubercolosi. Lasciò la moglie, il piccolo Fernando e suo fratello Jorge, che non avrebbe raggiunto l'anno di vita. La madre fu costretta a vendere parte della mobilia e a trasferirsi in una abitazione più modesta, al terzo piano di Rua de São Marçal n. 104. È in questo periodo che nasce il suo primo pseudonimo, Chevalier de Pas. Lui stesso rivelò questo fatto a Adolfo Casais Monteiro in una lettera del 13 gennaio 1935, in cui parla diffusamente dell'origine degli eteronomi.

 

« [...] Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo

eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente:

un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni,

attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso,

e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce

quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia. »

 

  Pessoa viene ricoverato il 29 novembre 1935 nell'ospedale di Luís dos Franceses, vittima di una crisi epatica; si tratta chiaramente di cirrosi epatica, causata dall'abuso di alcool di tutta una vita. A titolo di curiosità, si riporta che fosse molto fedele alla marca di brandy "Águia Real".

   Il 30 novembre muore all'età di 47 anni. Negli ultimi momenti della sua vita chiede i suoi occhiali e invoca gli eteronimi. La sua ultima frase scritta è nella lingua in cui fu educato, l'inglese:

 

« I know not what tomorrow will bring »

(Non so cosa porterà il domani)

 

   Si può dire che la vita del poeta fu dedicata a creare, e che con questa creazione, creò altre vite attraverso i suoi eteronimi. Questo è stata la sua principale caratteristica, e il motivo di interesse per la sua persona, apparentemente così pacata. Alcuni critici si chiedono se Pessoa abbia realmente fatto trasparire il suo "io" reale, o se questo non fosse un altro prodotto della sua fertile creatività. Quando tratta temi soggettivi e quando usa l'eteronimia, Pessoa diviene enigmatico fino all'estremo. Questo particolare aspetto è quello che muove gran parte delle ricerche sulla sua opera.

   Fernando Pessoa fu «l'enigma in persona» (il sottile gioco di parole non viene reso nella traduzione, perché in portoghese "pessoa" significa "persona"). Scrisse da sempre, partendo dal primo poema all'età di 7 anni fino al letto di morte. Aveva a cuore l'intelletto dell'uomo, giungendo a dire che la sua vita era stata una costante divulgazione della lingua portoghese; nelle parole del poeta riportate per bocca dell'eteronimo Bernardo Soares «la mia patria è la lingua portoghese». Oppure, attraverso un poema:

 

« Ho il dovere di chiudermi in casa nel mio spirito e lavorare

quanto io possa e in tutto ciò che io posso, per il progresso

della civiltà e l'allargamento della conoscenza dell'umanità. »

 

   Come Pompeo, che disse che «navigare è necessario, vivere non è necessario», Pessoa dice nel poema Navegar é Preciso che «vivere non è necessario; quel che è necessario è creare».

   Su Pessoa il poeta messicano premio Nobel per la letteratura Octavio Paz dice che «il poeta non ha biografia: la sua opera è la sua biografia», e inoltre che «niente nella sua vita è sorprendente – nulla, eccetto i suoi poemi».

 

« Il poeta è un fingitore.

Finge così completamente

Che arriva a fingere che è dolore

Il dolore che davvero sente. »

 

   La grande creazione estetica di Pessoa è considerata l'invenzione degli eteronimi, che attraversa tutta la sua vita. A differenza degli pseudonimi, gli eteronimi sono personalità poetiche complete: identità che, inizialmente inventate, divengono autentiche attraverso la loro personale attività artistica, diversa e distinta da quella dell'autore originale. Fra gli eteronimi si trova lo stesso Fernando Pessoa, in questo caso chiamato ortonimo, che però sembra sempre più simile agli altri con la loro maturazione poetica. I tre eteronomi più noti, quelli con la maggiore opera poetica sono Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro.

   Un quarto eteronimo di grande importanza nell'opera di Pessoa è Bernardo Soares, autore del Livro do desassossego (Libro dell'inquietudine). Soares è talvolta considerato un semi-eteronimo, a causa delle notevoli somiglianze con Pessoa, e per non aver sviluppato una personalità molto caratterizzata.

   Al contrario, i primi tre possiedono addirittura una data di nascita e di morte, quest'ultima ad l'eccezione di Ricardo Reis. Proprio questo dettaglio venne sfruttato dal premio Nobel per la letteratura José Saramago per scrivere il libro L'anno della morte di Ricardo Reis.

 

   Attraverso gli eteronimi, Pessoa condusse una profonda riflessione sulle relazioni che intercorrono fra verità, esistenza e identità. Quest'ultimo aspetto è notevole nell'aura di mistero che circondava il poeta.

 

« Con una tale mancanza di gente coesistibile come c'è oggi,

cosa può fare un uomo di sensibilità, se non inventare

i suoi amici,o quanto meno, i suoi compagni di spirito? »

 

   Nella lettera ad Adolfo Casais Monteiro del 13 gennaio 1935, interrogato da questo sulla genesi dei suoi eteronomi, scrive:

 

« L'origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me.

[...] L'origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza

 organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione.

Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri,

in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano

nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri;

esplodono verso l'interno e io li vivo da solo con me stesso. »

 

   Sempre nella stessa lettera, descrive così la nascita del suo primo eteronimo, il suo "giorno trionfale":

 

« Un giorno in cui avevo definitivamente rinunciato

— era l'8 marzo 1914 — mi sono avvicinato da un alto comò e,

prendendo un foglio di carta, mi sono messo a scrivere,

all'inpiedi, come faccio ogni volta che posso.

E ho scritto circa trenta poesie di seguito,

in una specie di estasi di cui non riesco a capire il senso.

Fu il giorno trionfale della mia vita

e non potrò mai averne un altro come quello.

Cominciai con un titolo: O Guardador de Rebanhos (Il Guardiano di greggi).

E quello che seguì fu la nascita in me di qualcuno

a cui diedi subito il nome di Alberto Caeiro.

Scusate l'assurdità di questa frase:

il Mio Maestro era sorto in me. »

 

 

 

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Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia,

non c'è niente di più semplice.

Ci sono solo due date

– quella della mia nascita e quella della mia morte.

Tutti i giorni fra l'una e l'altra sono miei.

 

 

 

Esiste una stanchezza dell'intelligenza astratta

ed è la più terribile delle stanchezze.

Non è pesante come la stanchezza del corpo,

e non è inquieta come la stanchezza dell'emozione.

È un peso della consapevolezza del mondo,

una impossibilità di respirare con l'anima.

 

 

 

A volte, quando alzo la testa stanca dai libri

nei quali segno i conti altrui e l'assenza di una vita mia,

avverto una sorta di nausea fisica che forse deriva

dalla posizione curva, ma che trascende i numeri e la delusione.

La vita mi disgusta come una medicina inutile.

 

 

 

Ho sempre rifiutato di essere compreso.
Essere compreso significa prostituirsi.
Preferisco essere preso seriamente
per quello che non sono, ignorato umanamente
con decenza e naturalezza.

 

 

 

Nostalgia!
Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato
niente per me, per l'angoscia della fuga
del tempo e la malattia del mistero della vita.
Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali:
se non li vedo più mi rattristo, eppure non mi sono stati niente,
se non il simbolo di tutta la vita. [...]
Domani anch'io scomparirò.
Domani anch'io - l'anima che sento e pensa,
l'universo che io sono per me stesso
- sì, domani anch'io sarò soltanto uno che ha smesso di passare
in queste strade, uno che altri evocherebbero vagamente
con un 'che ne sarà stato di lui?'
E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento
e vivo non sarà niente di più che un passante in meno

nella quotidianeità delle strade di una città qualsiasi.

 

 

 

Vorrei dirti quanto l'ansia di riuscire
rimanga al di qua di ciò che otteniamo.

 

 

La vita è un viaggio sperimentale,
fatto involontariamente.

 

 

 

Quando mi sveglierò dall'essere sveglio?

 

 

 

Possedere significa essere posseduto,
e dunque perdersi.

 

 

Niente si sa. Tutto si immagina.


 

La letteratura, come tutta l'arte,
è la confessione che la vita non basta.

 

 

 

I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti,
sono quelli assurdi: l'ansia di cose impossibili,
proprio perchè sono impossibili,
la nostalgia di ciò che non è mai stato,
il desiderio di ciò che potrebbe essere stato,
la pena di non essere un altro,
l'insoddisfazione per l'esistenza del mondo.

 

 

 

La stanchezza di tutte le illusioni,
e di tutto ciò che c'è nelle illusioni
- la loro perdita, l'inutilità di averle,
la prestanchezza di doverle avere per perderle,
il rammarico di averle avute, la vergogna intellettuale
di averle avute sapendo che avrebbero fatto tale fine.

 

 

 

Tutti possiedono, come me, un cuore
esaltato e triste.

 

 

 

E dopotutto ci sono tante consolazioni!
C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno,
in cui fluttuano sempre nuvole imperfette. […]
E, alla fine, arrivano sempre i ricordi,
con le loro nostalgie e la loro speranza,
e un sorriso di magia alla finestra del mondo,
quello che vorremmo, bussando alla porta di quello che siamo.

 

 

 

La metafisica mi è sempre sembrata una forma comune di pazzia latente.

Se conoscessimo la verità la vedremmo; tutto il resto è sistema e periferia.

Ci basta, se riflettiamo, l'incomprensibilità dell'universo;

volerlo capire è essere meno che uomini,

perché essere uomo è sapere che non si capisce.

 

 

 

Ci sono giornate che sono filosofie, che ci suggeriscono

interpretazioni della vita, che sono appunti a margine,

pieni di altra critica, nel libro del nostro destino universale.

Questa è una di quelle giornate, lo sento.

Ho l'assurda impressione che con i miei occhi pesanti

e col mio cervello assente si stiano tracciando,

come con un lapis insensato,

le lettere del commento profondo e inutile.

 

 

 

La decadenza è la perdita totale dell'incoscienza;

perché l'incoscienza è il fondamento della vita.

Il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe.

 

 

 

Il mio desiderio è fuggire.

Fuggire da ciò che conosco,

fuggire da ciò che è mio,

fuggire da ciò che amo.

Desidero partire.

 

 

 

Viaggiare?

Per viaggiare basta esistere.

 

 

 

Non so se è amore che hai,

o amore che fingi quello che mi dai.

Dammelo tanto mi basta.

 

 

 

Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo.

 

 

 

Saggio è colui che si contenta dello spettacolo del mondo.

 

 


Scegliere metodi di non agire

è stata l’attenzione e lo scrupolo della mia vita.

 

 

 

La mia anima e' una misteriosa orchestra

non so quali strumenti suoni e strida dentro di me:

corde, arpe, timpani e tamburi.

Mi conosco come una sinfonia.

 

 

 

Non cantare più!

Voglio il silenzio

per dormire

qualsiasi ricordo

della voce udita,

incompresa,

che fu perduta

perché l'ho udita...

All'improvviso, pauso in ciò che penso.

Scrivere è necessario. Vivere non è necessario.

Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso volere d'essere niente.

A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.

 

 

 

 

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giovedì, 28 maggio 2009

A Colei Che È

 

 

 

     Aver fede in te è la [mia] parola d’ordine.

     Aver fede in te è la sola via attraverso cui poter accedere

a quel Paradiso che [ri]crei, che [ri]animi, e di che consisti

[e nel contempo insisti che solo il sacro merita di essere profanato],

ove regni legittimamente sovrana effondendo bene [irrinunciabile]

e male [tutt'altro che esecrabile] a chi ha saputo meritarti [avendo avuto fede in te].

     Olimpo che presiedi sola e solitaria,

e dal quale irradi la tua Luce sul mondo e sugli uomini,

impotenti, devoti e proni al cospetto

della tua Grazia Arcana, della tua Virginale Beltà.

     Tu che conosci l’Amore del Lontano,

[ac]consenti generosa [al]la nostra Elevazione

che è allorquando ti concedi alla nostra vista,

limitandoti semplicemente ad essere [Colei che È],

a stare la dove stai Abbagliante [I]Dea.

 

     E se dal tuo invisibile eremo accondiscendi a proferir parola

la tua voce ci ingentilisce all’istante come farebbe una soave melodia

che ci sembra provenire dai luoghi ove immaginiamo dimorino gli angeli.

     E se per un fortuito caso ci riesce di prestare ascolto a ciò che enunci

movendo da esteta le tue labbra perché chi le osservi ne resti incantato,

turbato, stordito e ponga una tale attenzione nel guardarti parlare

da riuscirgli impossibile concentrarsi sulla sostanza del tuo dire,

il tuo verbo allora diviene all’istante per noi assoluto dittamo,

e l’incoronarti Regina incontrastata dei giorni e delle notti che verranno

nelle quali sarai la Musa genitrice d’ogni nostro anelito all’Eccellenza

e d’ogni nostra voluttà è imprescindibile dal nostro [voler] essere

[altro da ciò che siamo immolati nel glorificare il tuo Divino Essere,

nel celebrare le tue aggraziate, sinuose ed ubriacanti forme,

nel cantare le tue lodi al cielo ed alla terra], [Ma]Donna! 

 

     Aver fede in te è la parola d’ordine.

     Che lo sappia chi ti diffama ingiustamente ed indegnamente

pontificando sui tuoi atti, sui tuoi [im]moti e sulle tue parole,

biasimando quel caos che pare dimori perennemente la tua anima inquieta,

così superiormente necessario, perché [si] possa partorire stelle danzanti,

con la pretesa di richiamarti a quell’ordine definito tale dalle profane genti,

al quale ti opponi per Innato Superiore Istinto da Creatura Eletta.

     Che lo sappiano i malfidati, che lo sappiano tutti, che lo sappia il mondo intero,

che ognun dev’esser pronto in ogni istante a piegarsi ai tuoi volubili afflati,

in quanto ignoto è [a te come a tutti loro] il cammino che t’è toccato in sorte

perché tu pervenga alla Luce, acciocchè si compia il tuo Destino di Prescelta.

 

     Non solo chi ti ama [in quanto non può altrimenti fare

all’apparir dell’Angelica Creatura il sensibile mortale];

non solo chi ti odia [in quanto non può altrimenti fare

all’apparir dell’Angelica Creatura l’insensibile mortale];

non solo chi ha cura di te [invero, accoglie superiormente

il compito di aiutare nell’impervio cammino l’Angelica Creatura];

non solo chi ti allontana [invero, si arrende umanamente

all’Angelica Creatura causa la fralezza del suo debole volere];

non solo i Risvegliati, non solo i dormienti,

non solo la città intera, adesso è il mondo intero,

che è in ansia – senza esserne affatto cosciente –

perché tu possa spiccare il volo per Te e per tutti noi.

     Tu non sei più solamente quel che credi di essere

     Tu incarni qualcosa che non sai ancora di essere.

     E le genti del mondo si augurano la stessa cosa che mi auguro io.

     Tu decidi il gioco per tutti, senza che essi né sappiano nulla.

 

     Sarà una storia di Giganti Bellissimi, Potentissimi e senza Rimpianti

quella che ti appresti a principiare capeggiandola da indiscussa Leader.

     Sarà una storia di nuovi progenitori d’Arte, di Verità e di Bellezza.

     E chiunque guardasse bene i tuoi occhi luminosi, ridenti e fuggitivi,

si accorgerebbe che sono l’immagine non solo del tuo futuro,

ma del futuro di tutti noi con-dannati [d]alle nostre mortali spoglie.

     E allorquando sembra tu agisca in antitesi ad ogni umano raziocinio,

non c’è verso di indurti al senno con luminosi ed imprescindibili sermoni

di cui ’ogni altra umana creatura farebbe tesoro col senno di poi.

     Prima o poi ci si ravvedrà che anche in quel caso avevi ragione,

come in ogni altro caso, come sempre, da sempre e per sempre.

     L’Oracolo che incarni legifera a priori sul Destino Tuo e Nostro

affinché a tempo debito ognun riconosca le tue profetiche virtù,

e proclami l’esser Tu, o Divina Femmina, il Principio e la Fine

 

     Ci sarà sempre un solo un fiore nella stanza: Tu.

     E chi vorrà conquistarti si muoverà con cautela e pazienza.

     La medicina che Tu le darai sarà amara, ma già lo sai che la berrà.

     Se non si arrenderà lo tenterai,

e scioglierai il nodo dei tuoi fianchi,

e scoprirai leggermente il tuo vestito,

e chi coglierà quel fiore impazzirà.

     Farà per Te qualunque cosa

e Tu sarà per lui figlia, sorella, madre e sposa

e Tu, Regina o Fata all’occorrenza,

non potrai pretendere [eppure pretenderai] di più.

     E insegui ancora oggi i sogni che avevi da bambina

e quando chiedi amore sei assolutamente sincera

[pur essendo Tu magica] non fa magie, ne trucchi,

ma – ahiTe! - nessuno ormai più ci crederà

     Qualcuno ti urlerà che sei Bella, che sei una Fata, che sei una Stella.

     Poi un giorno ti farà schiava, e chiamerà questo amore.

     Però no, chiamare questo amore non si può.

     C’è chi ti esalterà, chi ti adulerà, chi ti esporrà anche in vetrina.

     E chiamerà anche questo amore.

     Però no, chiamare questo amore non si può.

     E forse sarà per vendetta, o forse sarà per paura,

o forse sarà solo per pazzia, ma da sempre

Tu alla fine sarai quella che pagherà di più.

     Se vorrai volare ti tireranno giù.

     E se comincerà la caccia alle streghe la strega sarai Tu.

 

 

 

 

     A Eva

     

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mercoledì, 25 febbraio 2009

Povia e il Principio del Contraddittorio

 

 

 

                                                                                       Non v’è peccato al di fuori della stupidità

                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                            Oscar Wilde

 

 

 

   SANREMO: ESPOSTO CONTRO LA CANZONE DI POVIA

 

   Corpo:  (ASCA) - Firenze, 19 feb - Il Gruppo EveryOne ha presentato oggi un esposto alla Procura della Repubblica di Sanremo nel quale si chiede di ''accertare se nel testo della canzone 'Luca era gay' di Giuseppe Povia, concorrente in questi giorni al 59* Festival di Sanremo, siano ravvisabili estremi di fattispecie penalmente rilevanti e, in caso affermativo, se la Procura voglia adottare provvedimenti idonei a scongiurare ulteriore messa in onda e la successiva messa in commercio e diffusione della suddetta canzone''.

   Lo comunica con una nota la stessa associazione.

   I motivi alla base dell'esposto, secondo i leader dell'organizzazione internazionale per i Diritti Umani Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, ''sono che nel testo di 'Luca era gay' si potrebbero ravvisare discriminazioni fortemente lesive della dignita' delle persone omosessuali e delle loro unioni amorose, in contrasto con alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento quali il principio di eguaglianza e di non discriminazione, di promozione della persona e di tutela dei suoi diritti fondamentali in tutte le formazioni sociali in cui svolge la sua personalita' (artt. 2 e 3 della Costituzione), nonche' degli articoli 1 (dignita') e 21 (non discriminazione) della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione europea''.

   ''Ci auguriamo - concludono i tre esponenti - che la Procura della Repubblica voglia valutare con la dovuta attenzione il nostro esposto, per evitare che si diffondano ulteriormente nel Paese, attraverso una nobile arte qual e' e deve rimanere la musica, ideologie omofobe e retrograde che denigrino la dignita' di milioni di gay e lesbiche presenti in Italia e fomentino azioni violente ai danni di una minoranza sociale''.

   Contemporaneamente il Gruppo EveryOne, insieme ad alcune fra le piu' importanti associazioni internazionali per la tutela dei diritti GLBT, avviera' una petizione perche' il cantautore Povia e la sua canzone ''vengano boicottati dai network, dagli impresari e dalle case discografiche''.

 

   afe/sam/alf

 

   Adesso mi sembra si esageri nell'altro senso.

   Tralasciando, nell'ambito del ragionamento verso cui intendo indirizzare l'attenzione del lettore, la questione inerente alla libertà di espressione – che pure ha un suo peso e una sua imprescindibilità sacrosanta e legittima - non credo ci sia bisogno di portare Povia in tribunale per conferirgli la “pena” che “davvero” gli spetta.

   Per quanto mi riguarda è lo sguardo di indignazione e di disprezzo misto a commiserazione con il quale ho guardato l'intera sua esibizione al Festival di Sanremo con tanto di dettagli scenografici che l'hanno ulteriormente squalificata oltre ogni limite tollerabile dalla mia – e sottolineo mia – sensibilità di essere umano pensante – più che di sostenitore di questa o di quella causa - analogo immagino a quello dei tanti che l'hanno recepita percependo il mio medesimo fastidio e faticando non poco a digerirlo.

   Cosa intendo dire?

   Che nel remotissimo caso in cui Povia venisse condannato dalla legge, non c'è ombra di dubbio che egli, come immagino chiunque lo sosterrebbe nella sua battaglia, rinsalderebbe le sue convinzioni, e chi si è indignato e lo attacca - nella misura in cui lo compatisce - rinsalderebbe le proprie.

   Il vero ed il solo successo sarebbe che Povia riuscisse a sentire il peso e la sostanza di quello sguardo a cui prima accennavo e riuscisse a guardarsi come noi lo guardiamo: eventualità che mai potrà verificarsi data la pochezza del personaggio e la strafottente quanto inconsapevole facciatosta con la quale persevera in quello che ritiene sia il bene [per se e per tutti], credendosi addirittura un veggente dell'epoca contemporanea nonché un trascinatore di folle, confortato dagli applausi e dall'approvazione dei più, nel caso specifico, di quasi tutta la platea dell’Ariston di Sanremo.

   Vale davvero la pena sporcarsi ulteriormente il Senso del Gusto trascinando chissà fin dove e chissà per quanto tempo ancora, un episodio che andrebbe solo dimenticato per quanto è stato grottesco oltre che lesivo per la dignità del nostro paese, oltre che di quella di Povia [se mai potesse averne percezione], appiattendolo, stiracchiandolo, [vivi]sezionandolo  perché sia condannato dalla magistratura?

   Ergo.

   Il solo processo che davvero avrebbe senso avvenisse dovrebbe aver luogo nella mente di Povia, e la pena sarebbe delle più atroci, se non la più atroce in assoluto, nel caso egli davvero avesse facoltà di  emettere la condanna e riuscisse a penetrare fino in fondo le ragioni della stessa - Dostoevskij docet.

   Ma ciò non accadrà mai.

   Non solo per le ragioni che ho addotto poc'anzi, ma anche e soprattutto perché è difficile se non impossibile che un uomo possa riuscire davvero a mettersi dalla parte di chi lo accusa e comprendere le sue ragioni, in modo da poter giudicare imparzialmente il suo operato ed assolversi o condannarsi all’occorrenza, fintanto ha una folla dietro di sè che persiste imperterrita nel dargli ragione.

   Di conseguenza, egli non potrà far altro che continuare a difenderle ad oltranza, se non per ignoranza sicuramente per coerenza o, se non altro, per fede nell’opinione della maggioranza, e giammai confutarle o almeno individuare le note dolenti in seno alle stesse, eventualità che causerebbe un sacrosanto e legittimo corto circuito non solo nella coscienza di Povia, ma anche nell’opinione di chiunque avrebbe seguito il caso, inpendentemente dal fatto che fosse a favore o contro.

   Cedendo sotto questo aspetto, infatti, non solo perderebbe la faccia, la dignità e la credibilità agli occhi di coloro che lo avrebbero sostenuto fino a quel momento, ma agli occhi addirittura di tanti – ma non di tutti, per fortuna – che lo avrebbero fino a quel momento avversato, passando per qualcuno che non ha il coraggio delle sue idee e che difetta in quella “cosiddetta” virtù denominata coerenza.

   Perché, non si sa bene per quale ragione [in realtà la si sa, ma non può avervi accesso chi non conosce le dinamiche con cui si manifesta il Principio del Contraddittorio], l’uomo ha stima dell’uomo solo fintanto costui lotta imperterrito per una causa, giusta o sbagliata che sia, meglio ancora se lo fa fino alle estreme conseguenze, senza avere mai ripensamento o dubbio alcuno circa la legittimità della stessa.

   Eppure non avrebbe fatto altro che legittimare in sè il Principio del Contraddittorio, ovvero ciò che fà di un uomo solo - che, per una pura questione di igiene mentale nonché di assoluto, detesta il proselitismo e[rgo] la coerenza [che lo rende possibile] - un uomo che davvero a ragione può definirsi libero.

   Per chi non ha idea di cosa sia il Principio del Contraddittorio, delle circostanze nelle quali esso ha luogo e determina le decisioni e le scelte per ognuno di noi – nessuno escluso – e desidera avere delle delucidazioni in merito, il consiglio è di ascoltare la lezione che il professore Edoardo Lombardo Vallauri ha tenuto a riguardo in una delle puntate di un programma radiofonico andato in onda tempo fa su RadioTre, Castelli in aria, che non sono nuovo a citare perché faccia da corollario ai miei scritti…

   .:.

 

   Edoardo Lombardi Vallauri in Il Principio del Contraddittorio

  Ascolta

 

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   Che c’entra adesso il Principio del Contraddittorio con le vere ragioni per cui la canzone di Povia ha suscitato tante polemiche, alle quali pur ho alluso dichiarando apertamente quale è – temporaneamente – la mia opinione a riguardo?

   C’entra, perché in questo luogo si è sempre parlato e sempre si parlerà di ciò che v’è dietro ciò che appare, ed io non faccio altro che fornirvi delle lenti, non perché voi possiate attraverso di esse intravedere la verità, ma solo per poter guardare meglio.

   Tutto qua.

                                                                                                                 

 

 

 

Luca era gay

[Testo ufficiale]

 

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice “sono un altro uomo”

Luca dice: prima di raccontare il mio cambiamento sessuale

volevo chiarire che se credo in Dio

non mi riconosco nel pensiero dell’uomo

che su questo argomento è diviso,

non sono andato da psicologi psichiatri preti o scienziati

sono andato nel mio passato

ho scavato e ho capito tante cose di me

mia madre mi ha voluto troppo bene

un bene diventato ossessione

piena delle sue convinzioni

ed io non respiravo per le sue attenzioni

mio padre non prendeva decisioni

ed io non ci riuscivo mai a parlare

stava fuori tutto il giorno per lavoro

io avevo l’impressione che non fosse troppo vero

mamma infatti chiese la separazione

avevo 12 anni non capivo bene mio padre

disse è la giusta soluzione e dopo poco tempo cominciò a bere

mamma mi parlava sempre male di papà

mi diceva non sposarti mai per carità

delle mie amiche era gelosa morbosa

e la mia identità era sempre più confusa

 

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice sono un altro uomo

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice “sono un altro uomo”

 

Sono un altro uomo

ma in quel momento cercavo risposte mi vergognavo

e le cercavo di nascosto

c’era chi mi diceva “è naturale”

io studiavo Freud non la pensava uguale

poi arrivò la maturità ma non sapevo che cos’era la felicità

un uomo grande mi fece tremare il cuore

ed è li che ho scoperto di essere omosessuale

con lui nessuna inibizione

il corteggiamento c’era

e io credevo fosse amore sì

con lui riuscivo ad essere me stesso

poi sembrava una gara a chi faceva meglio il sesso

e mi sentivo un colpevole

prima o poi lo prendono

ma se spariscono le prove poi lo assolvono

cercavo negli uomini chi era mio padre

andavo con gli uomini per non tradire mia madre

 

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice “sono un altro uomo”

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice “sono un altro uomo”

 

Luca dice per 4 anni sono stato con un uomo

tra amore e inganni spesso ci tradivamo

io cercavo ancora la mia verità

quell’amore grande per l’eternità

poi ad una festa fra tanta gente ho conosciuto lei

che non c’entrava niente

lei mi ascoltava lei mi spogliava lei mi capiva

ricordo solo che il giorno dopo mi mancava

questa è la mia storia

solo la mia storia

nessuna malattia nessuna guarigione

caro papà ti ho perdonato

anche se qua non sei più tornato

mamma ti penso spesso ti voglio bene

e a volte ho ancora il tuo riflesso

ma adesso sono padre e sono innamorato

dell’unica donna che io abbia mai amato

 

 

*Da [an]notare che l’esibizione di Povia a Sanremo nella serata del 20 febbraio si è conclusa con egli che sollevava un cartello con su scritto SERENITÀ MEGLIO CHE FELICITÀ,  come illustra la compassionevole e pietosa immagine sottostante.

 

 

     

 

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   Post Scriptum

 

   Mai avrei pensato di giungere al punto di scrivere un articolo dicendo la mia [?] sulla suddetta questione.

   Anche perché quello che per tanto tempo ho creduto fosse il testo della canzone di Povia, in quanto qualcuno lo aveva immesso nella rete spacciandolo per quello vero, non era cosi idiota da suscitare in me la reazione che invece ha destato quello effettivo di cui ho appreso la conoscenza solo ieri sera.

   Anzi, debbo dire che per taluni aspetti, l’ho reputato anche degno di attenzione.

Non so chi ne sia l’autore – che all’occorrenza è invitato a palesarsi – ma lo riporto qui a seguire.

 

 

 

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Luca era gay

[Testo ufficioso]

 

È l’una fuori piove e non hai voglia di dormire

Solo un film in bianco e nero e nessun amico in giro

E il sangue ti ribolle e non te lo sai spiegare

O forse non lo vuoi capire…

E cerchi di scappare senza sapere dove

E a spingere il pedale è il fuoco nelle vene

Ma la strada ti conosce e non ti fa sbandare

Anche se a sedurti spesso è un cuore ad ore..

Dalle casse arriva lenta una canzone

E un dj bastardo no non smette di parlare

E quasi ti sorprendi ad alzare il volume

Cosi che il mondo fuori scompare….

 

E aspetti il ritornello per cantare a squarciagola

Aspetti un giorno nuovo per dire oggi gira..

Ma cosa ti rimane di una stella che non cade..

In fondo..tutto resta uguale…

 

È l’una fuori piove e questa voglia di volare

è solo fame chimica di un salto senza fine

È solo quel bisogno che hai di essere te stesso

ora un po’ più vivo..domani un po’ più perso

Ti fermi a guardare ancora un treno che non passa

in un binario vuoto bestemmi e chiedi cosa ci resta?

E pensi per un attimo di aver la risposta

Ma in tasca hai un biglietto aperto per un’altra corsa

 

Ma forse quel che dico, o forse quel che penso

è come un fiammifero che scalda il cielo d’agosto

e bruci un po’ di vita davanti a un albero di mele

Mentre l’alba distratta compare

 

Gridando fa lo stesso, tu lo sai quello che hai perso

E quasi ti convinci che ogni sogno ha il suo prezzo

E scrivi un bel finale da poter poi raccontare

E inventi un lieto fine così almeno puoi sognare

Certo non hai vinto ma di sicuro neanche hai perso

Sei nell’intervallo pronto a fare un altro scatto

Sempre lì ad amare ciò che vuoi dimenticare…

In fondo tutto resta uguale

 

 

 

 

   .:.

   Come dite?

   Non ho ancora espresso la mia posizione chiara e netta in merito alla diatriba in corso?

   Non ho ancora portato degli argomenti che avallino suddetta posizione [se mai l’avessi?]

   Non ho ancora dichiarato d’essere a favore o contro chi?

   Ma che c’entro io [con voi]?

   Io incarno il Principio del Contraddittorio.

   Io rappresento l’eccezione, che [dis]conferma la regola.

   Che cosa intendo dire?

   Che dirti…?

   Se incarni anche tu il Principio del Contraddittorio lo saprai da te.

   Se non lo incarni non c’è proprio niente che io possa dirti per illuminarti a riguardo.

   E, anche se tu avessi facoltà di recepire quel che avrei da dirti, mi guarderei bene dal farlo.

   Io Sono Contro Me Stesso.

   E non augurerei a nessuno di voi una sciagura di simili proporzioni.

   Chi ha orecchie per intendere…

 

                                                                                                      La Voce di Narciso

 

 

 

 

 

Contro Me Stesso

di Morgan

 

E sono contro me stesso

Ma quale sopravvivenza?

Quale premura e urgenza c'è nell'aumentare la paura

E non avere cura di sè?

Spostando ogni giorno più in là il limite psicofisico di resistenza

Con la sola scusa dell'autocoscienza

Io sono l'unico su cui puoi contare

Perché son contro me stesso

Ma quale intelligenza?

Quale premura e urgenza c'è a non avere stima di sè?

Faccio di tutto per impedire il mio successo stesso

Perché son contro me stesso

Perché ogni vincitore per natura deve dominare

E per forza comandare

E non può nessuno subire

E io mai ti potrei ferire

A meno che tu non mi voglia amare

Io non mi curo non intendo ringiovanire

Non ho nulla da preservare o centellinare

Non ho giorni da dimenticare

Fotografie nascoste o ambizioni di perfezione

Io non simulo il mio progresso

Perché son contro me stesso

Io son contro me stesso

No, non simulo il mio progresso

Perchè son contro me stesso

Io non simulo il mio progresso

Perché son contro me stesso

Non ho giorni da dimenticare

Fotografie nascoste o ambizioni di perfezione

Io non simulo il mio progresso

Perchè son contro me stesso

Io son contro me stesso

  

 

 

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domenica, 15 febbraio 2009

Dedicato a chi è in coma da una vita

   

    Noi e il corpo di Eluana

     di Alessandro Bergonzoni

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   Una certa giornalista Rai del Friuli ha visto [o solo guardato?] Eluana anzi, il suo corpo. Ha usato queste parole: “bel pigiama”, “con la lingua che penzolava e la bava”,  con “l'espressione dei cerebrolesi” e altre banalità gravi, non innocue e che vanno oltre il concetto di rispetto, ma ciò che è peggio, di intelligenza. Chiunque può decidere cosa pensare di ciò che vede o ciò che sente, ma c'è un limite a tutto.

   Ma cosa è un cerebroleso? Cosa è così inguardabile o improponibile quasi come fosse una minaccia il “se vedeste”? Che idea ci si fa del danno, delle differenze, del male e della diversità, della bellezza e della deformazione? Non sarà che a forza di guardabile, informazione, cronaca e inviati di tutti i generi, certe categorie non hanno più la capacità di discernimento, di osservazione, di sensibilità, di tatto intellettuale? Troppi Grandi fratelli? Troppa realtà come alibi di fronte all'enormità dell'esistenza? Troppa tv come scuola?

   Con raccapriccio non mi raccapezzo più.

   Ma cosa avete visto fino a oggi, dove vivete? Avevate bisogno del clamore di una storia come questa per vedere i dolori, i cambiamenti, le metamorfosi? Che tristezza, che pochezza, che anime storte, che povertà assoluta!

   Queste frasi sono inumane, non la vita artificiale e la sua sovrumanità!

   Che pena la finta pena penosa, che bassi profili! Ma quando si insorge? Quando ci si ribella al poco, al corto, al personale bieco, all'incapacità di vedere oltre? Chi potrà mai insegnare a certa stampa, a certi addetti ai lavori, non l'etica, non la morale, non la fede, o la costituzione, ma l'Esistere, l'Incommensurabile, il Metafisico, la Trascendenza?

   Quale istruzione, dio, vita, presidente servirebbe, quali esempi, quali coinvolgimenti, per far sì che l'uomo cominci ad allargare i suoi stitici orizzonti, le paure frustranti, questo bastarsi ormai consunto? E ci chiediamo perché interessa di più un'hostes che ciancia, ci si dimette per mancanza di attenzione, ci si stupisce per l'audience del nulla, foraggiata? Le risposte sono già dentro le domande. Non guardiamo altro che quello che crediamo, mai oltre il sembra, mai più in la del maledetto e solo reale, mai un sesto senso, mai energia ulteriore, solo casi, scoop, avvenimenti, fatti, incapaci di saper avvenire, solo preda dell'avvenenza, del piacevole, del presentabile, dell'accettabile. E così lasciamo solo alla chiesa la parola anima, ad una fede la parola infinito, alla scienza e al diritto il parlare delle norme e mai dell’Enorme, dell'Indicibile, dell'Impossibile.

   Ma in un ospedale, prima di questo caso, in una rianimazione, in un manicomio, in un ospizio, ci siamo mai andati? E a vedere cosa? A cercare chi? Tutte quelle malattie rare, genetiche, invasive e devastanti che coccoliamo nelle sedi utili e importanti come il Thelethon o altre, fan parte dei nostri risparmi di beneficenza o possono renderci alti e altri? Oltre…

   Qui non c'entra più il caso Englaro, e si lasci stare il mondo di una famiglia comunque devastata a modo suo. Si tratta ormai di altri mondi e di altre devastazioni. È una cultura che manca a tanti di vedere dentro, la mania di pensare solo alla ricerca scientifica, giusta, ma mai a quella interiore, l'abitudine di parlare solo di politica, di sociale, di civile, certo necessario, ma non prima di aver scavato oltre, con altra preparazione. Mai oltrepassare il “posso”? Mai urlarsi? Mai scendersi nella piazza interiore? Cominciamo a scoperchiare le fobie dell'ansia di sicurezza che divide sempre il malato, il diverso, il devastato da chi sta bene [bene? Leggendo certi pareri ci sarebbe da fare sedute fiume, puntate illimitate su cosa sia il bene, il bello, il buono, l'inguardabile, degno o incredibile].

   Capi di partito che credevano Eluana la stessa delle foto, altri che immaginavano tubi e macchine dappertutto, altri che non credevano o preferivano travisare, inventare, sperare. Non si tratta più di legge o no, di testamento biologico o no. Qui è una logica che è problematica, la logica di non concepire l'inconcepibile, di interessarsi alla morte solo davanti alla morte. Schieramenti, vittorie, sfide, ma non si passa mai a cercare il sé, solo l'io, solo ciò che appare, che riusciamo e che conviene, ciò che si ha, che si racconta, allargando le braccia all'evidenza. Invece possiamo chiederci quale evidenza, per chi e per quanto ancora? È democratico chiederselo? È lecito? È rispettoso? O bisogna stare in silenzio?

   Prima di pensare come accettare il legiferare, come arrivare davanti a un notaio per il nostro libero futuro, proviamo ad aprire il dibattito nel nostro parlamento interno, nel governo privato, nella repubblica interiore, per non farci impalare da persone che pensano senza pensieri, che confondono sogni con desideri, corpo con utilità e vivacità, vita con la “loro” vita, soddisfazioni e progetti con gioventù, esistenza unilaterale e dogmatica, quella sì, priva di forza d'anima.

   Non c'entrano più la chiesa e lo stato, la scienza o la giurisprudenza, i giovani o i diseredati, i barboni o gli stati vegetativi. Siamo noi in coma da una vita, idratati solo dalle notizie e alimentati artificialmente dal reale, dal presente, dal comodo, dall'unica verità.

   Basta!

   No non ci basta! Che la Rivelazione ci sfoderi il terzo occhio, che lo stato che ci interessa di più sia quello di cambiare stato d'animo, di giudicare quel che sembra non muoversi, fermo. Gli infermi di mente mi preoccupano meno dei fermi di mente. Altri Englaro si ribellino in nome dei loro cosiddetti “cerebrolesi”, dei loro inesistenti, dei loro spenti. Chiedano a governo e presidenti ciò che spetta loro di diritto [anche questo è un diritto se si vuole pari o superiore all'autodeterminazione] così da non far più dire a certi uomini che la verità sta solo e soltanto dalla loro parte. E il dubbio? Un bel forse davanti al limite, soprattutto limite "nostro", non sfiora a quella giornalista della Rai del Friuli così sconvolta, mi pare sconvolta da se stessa?

   Smettiamo di indossare solo i panni di attore, del giornalista, del dottore, dell’industriale, del sano. Cominciamo altri Mestieri-Misteri, abbracciando gli enigmi, toccando la complessità delle meraviglie, accarezzando la difficoltà imprescindibile, con un bel salto nel pieno, lasciando parcheggiato il vuoto vicino alla rabbia e alle sue scuse. E se vogliamo - e voliamo – dobbiamo parlare anche d'amore.

   Chiedo molto. Perché è di molto che abbiamo bisogno, il poco abbiamo visto i danni che fa, le metastasi culturali, i tumori intellettuali che ci porta. Forse molti di noi dovrebbero portare sotto la scritta "nuoce gravemente alla salute". Certo molti possono dire “io non sono così": ma come esiste il fumo passivo, esistono anche altre passività subite, dannosissime se perpetrate, inalate. Anche questo rientra nelle libertà subliminali e sublimi. Non scordiamolo, dato che, giustamente, amiano tanto la memoria. Solo che certe malattie la scienza pretende di vederle e curarle, altre non le vuole vedere, nemmeno guarire, perchè significherebbe mettere finalmente in dubbio la propria curassica certezza, i personali poteri [nel senso di limite camuffato], a dispetto di una potenza che all'essere umano non deve essere più preclusa se si vuole continuare a piangere, protestare, pretendere giustizia, desiderar crescere, cambiare la "nostra" condizione condizionata, o troppo umana.

   Non possiamo più dire di non sapere adesso…

   Se vorremo potremo pure staccare la spina, ma almeno continuiamo ad annusare prima le rose!

 

   Da un nauseato non sopportatore e non silenzioso nel confronto di dogmi

   e da un umile e rispettoso - ma non modesto -

   amante del dubbio e della mutazione.

 

                                                                                                          Alessandro Bergonzoni

 

   13 febbraio 2009

 

 

giovedì, 15 gennaio 2009

Il Superficiale è un Animale Sociale

 

 

 

                                                                                                 Esistere è un plagio.

                                                                                                                                           Emile Cioran

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   In tempi come quelli odierni nei quali col proliferare delle comunità virtuali in rete – anzi, con l’assecondare noi tutti la moda della community che più ‘va’ al momento - pare che tutti abbiano bisogno di tutti e nessuno basti più a se stesso io, assecondando l’istinto – del resto, proprio di chi basta [o forse è convinto di bastare] a se stesso – che mi porta ad andare a priori nella direzione opposta a quella nella quale tutti vanno [chissà per quale ragione], senza neppure chiedermi se è lecito o no farlo, ma solo per un bisogno di distaccarmi dal gregge. Del resto, proprio di tutti coloro che sono [quasi] condannati a potersi sentirsi a proprio agio solo con una minoranza di persone e, di conseguenza, sono irrimediabilmente votati alla Solitudine, getto lì un’altra di quelle mie bombe che taluni, purtroppo – ahiloro! – accoglieranno come l’ennesima provocazione che lancio per indispettire qualcuno, e che altri, per fortuna, invece, accoglieranno per quello che effettivamente è: un semplice [e mica poi tanto] invito a riflettere.

   Ebbene, in questi giorni mi sono chiesto per quale ragione a volte cercare gli altri e la loro compagnia ci appare come un urgenza improrogabile, ed a volte invece il solo pensiero ci fa orrore.

   Ebbene, io azzardo [ma nemmeno poi tanto] nel dire che cerchiamo gli altri unicamente nei momenti di tregua di quella guerra rappresentata dalla forzata risoluzione degli innumerevoli problemi di ordine pratico e, [non] volendo, anche di quelli legati alla salute, che si presentano nel corso della nostra vita.

   Se siamo anche filosofi e - già che siamo in argomento [e in questo blog lo siamo sempre in effetti] –in più Mal Nati, alla lotta per la sopravvivenza si aggiunge quella con Noi Stessi, con l’Inafferrabilità della Verità – per definizione, diceva Nietzsche, puttana - e con il Non Senso della Vita.

   Diveniamo sociali nel momento in cui possiamo permetterci di essere superficiali, ed antisociali nel momento in cui non possiamo più permettercelo.

   Tutto qua.

   Ma allo scopo di non sollevare l’indignazione dei [sedicenti e secredenti] filantropi, la metterò in maniera [solo] leggermente [e apparentemente] diversa. Diciamo che siamo antisociali nella misura in cui siamo ossessionati da noi stessi e da tutto ciò che compromette il buon andamento della nostra vita, impedendoci di raggiungere quelle soddisfazioni piccole o grandi che siano – dato il nostro radicale e radicato egoismo onnivoro, in genere non facciamo differenza tra le une e le altre – che ci rendono piacevole e [per questo] aggiungerei sopportabile il vivere. Ma non mi fermo a dir ciò. In fondo, non ho detto proprio nulla di nuovo, dal momento che tutti fin dalla nascita sappiamo benissimo che è cosi, anche se a tutti fa comodo non solo non riconoscerlo ma che anche gli altri non lo riconoscano.

   Ebbene, io azzardo nuovamente nel dire che smetteremmo del tutto di cercarli gli altri se ci rendessimo conto che quegli stessi momenti di tregua ai quali mi riferivo poc’anzi sono al tempo stesso anche i soli nei quali poter trovare Noi Stessi ed il [Non] Senso della Vita.

   E questo non vale solo per i filosofi e i Mal Nati, ma per tutti.

   E qualora ciò avvenisse, le ansie legate alla risoluzione dei problemi di ordine pratico – tralasciando quelli legati alla salute, non pertinenti al ragionamento - ci farebbero sorridere se paragonate a quelle che avevamo fino a quel momento evitato allo scopo di sfuggire a Noi stessi ed al [Non] Senso della vita. A chi di noi non è capitato in un momento in cui non desidererebbe altro che stare da solo, o perché è incazzato nero o perché vorrebbe e(o) potrebbe fare qualcosa per rimediare a questa incazzatura, di trovarsi in compagnia di qualcuno, anche e soprattutto di qualcuno a cui ha sempre voluto bene e, per questa ragione, non avrebbe motivo per nutrire dell’odio nei suoi confronti, ed accorgersi di essere infastidito in una maniera intollerabile dalla sola sua semplice presenza, fino a sentirsi costretto a reprimere degli impulsi di una violenza inaudita che indirizzerebbe senza pietà alcuna nei confronti di costui e forse addirittura senza alcun pentimento postumo, e non riuscire a darsene una plausibile spiegazione e, soprattutto, non sentendosi nemmeno a sentirsi in colpa per ciò?

   Eppure una spiegazione c’è.

   La spiegazione è che, a dispetto di quello che si crede – a dispetto soprattutto di chi ancora lo crede -  non è affatto vero che l’uomo è un animale sociale, e semmai, è vero l’esatto contrario. E quello sopra descritto non è altro che uno dei tanti momenti nei quali viene a galla prepotentemente ed inelegantemente questa verità e ci pare sia per noi umanamente impossibile sottrarci ad essa. La verità è che a tutti gli effetti le cose stanno proprio cosi. E non costa nemmeno quel sacrificio che si crede costi ammetterlo una volta per tutte.

   Quando percepisci l’impossibilità a sottrarti a maledire il tuo prossimo anche solo per la semplice ragione che si trova lì dove è, che percepisci la sua presenza come fastidiosamente ingombrante, che esiste [addirittura], è il momento in cui interpreti la solitudine per quella che davvero è, ossia, un obbligo nei confronti di Te Stesso e, paradossalmente, anche degli altri [se davvero ci tieni a non maledire nessuno e nei casi più estremi non a fargli del male] al quale fintanto sei Lucido non puoi non adempiere.

 

 

 

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    La mia nascita non ha apportato

    nessun contributo al divenire dell’universo,

    né la mia morte diminuirà la sua intensità e il suo splendore.

    Nessuno mi ha mai potuto spiegare perché io sia venuto,

    né perché me ne debba andare.

    Quando cesserà la mia esistenza

    non ci saranno più rose, né cipressi, labbra rosse, né vini profumati.

    Non ci saranno più aurore né crepuscoli, né pene, né allegrie.

    L’universo stesso cesserà di esistere,

    poiché la sua realtà dipende dai nostri pensieri.

    Non ho chiesto io di vivere.

    Mi sforzo di accettare senza collera né sorprese

    tutto ciò che la vita mi offre.

    Ugualmente partirò senza chiedere a nessuno

    il perché di questa mia strana fermata su questa terra.

    Accontentati di avere pochi amici.

    Non cercare di accrescere la simpatia che puoi provare per qualcuno.

    Prima di stringere la mano a un uomo

    domandati se quella stessa mano un giorno non ti colpirà.

    Il nostro mondo: un granello di polvere nello spazio.

    Tutta la scienza dell’uomo: parole.

    La città, gli animali e i fiori di sette climi: ombre.

    Il risultato della tua perfetta meditazione: il Nulla.

 

                                                                                                  Omar Khayyam (1050-1122)

                                                                                                  poeta e scienziato persiano