Io è un Altro [Arthur Rimbaud]
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Le Lettere d'Amore
(Chevalier De Pas)
Fernando Pessoa chiuse gli occhiali e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui lo lasciarono solo, finalmente solo...
Così la pioggia obliqua di Lisbona lo abbandonò
e finalmente la finì di fingere fogli, di fare male ai fogli...
E la finì di mascherarsi dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia per cercare un senso che non c'è,
e alla fine chiederle: "Scusa se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere e scrivere di me..."
Le lettere d'amore, le lettere d'amore fanno solo ridere.
Le lettere d'amore non sarebbero d'amore se non facessero ridere.
Anch'io scrivevo un tempo lettere d'amore, anch'io facevo ridere.
Le lettere d'amore, quando c'è l'amore, per forza fanno ridere.
E costruì un delirante universo senza amore,
dove tutte le cose hanno stanchezza di esistere e spalancato dolore.
Ma gli sfuggì che il senso delle stelle non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena di quel brillare inutile, di quel brillare lontano...
E capì tardi che dentro quel negozio di tabaccheria
c'era più vita di quanta ce ne fosse in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo...
E scrivere d'amore, e scrivere d'amore, anche se si fa ridere.
Anche quando la guardi, anche mentre la perdi, quello che conta è scrivere.
E non aver paura, non aver mai paura di essere ridicoli.
Solo chi non ha scritto mai lettere d'amore fa veramente ridere.
Le lettere d'amore, le lettere d'amore, di un amore invisibile.
Le lettere d'amore che avevo cominciato magari senza accorgermi.
Le lettere d'amore che avevo immaginato, ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo, se avessi ancora il tempo per potertele scrivere.
Roberto Vecchioni [1995]
Tutte le lettere d'amore sono ridicole
Tutte le lettere d'amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d'amore se non fossero
ridicole.
Anch'io a mio tempo scrissi lettere d'amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d'amore, se c'è amore,
devono essere
ridicole.
Ma, infine,
son le creature che non han mai scritto
lettere d'amore
ad essere
ridicole.
Beati i tempi in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d'amore
ridicole.
La verità è che oggi
son le mie rimembranze
di quelle lettere d'amore
ad essere
ridicole.
Fernando Pessoa [1935]

Fernando António Nogueira Pessoa (Lisbona, 13 giugno 1888 – Lisbona, 30 novembre 1935) è stato un poeta e scrittore portoghese.
Avendo vissuto la maggior parte della sua giovinezza in Sudafrica, la lingua inglese giocò un ruolo fondamentale nella sua vita, tanto che traduceva, lavorava, scriveva, studiava e perfino pensava in inglese. Visse una vita discreta, trovando espressione nel giornalismo, nella pubblicità, nel commercio e, principalmente, nella letteratura, in cui si scompose in varie altre personalità, note come eteronimi.
La sua figura enigmatica interessa gran parte degli studi sulla sua vita e opera, oltre ad essere il maggior autore della eteronomia.
Morì a causa di problemi epatici all'età di 47 anni nella stessa città dov'era nato. L'ultima frase che scrisse fu in inglese "I know not what tomorrow will bring... ", e si riportano come le sue ultime parole (essendo molto miope)
« De-me os meus òculos! »
(Datemi i miei occhiali).
[…] La sua infanzia e adolescenza vennero marcate da fatti che lo avrebbero influenzato in seguito. Il padre morì, a soli 43 anni, vittima della tubercolosi. Lasciò la moglie, il piccolo Fernando e suo fratello Jorge, che non avrebbe raggiunto l'anno di vita. La madre fu costretta a vendere parte della mobilia e a trasferirsi in una abitazione più modesta, al terzo piano di Rua de São Marçal n. 104. È in questo periodo che nasce il suo primo pseudonimo, Chevalier de Pas. Lui stesso rivelò questo fatto a Adolfo Casais Monteiro in una lettera del 13 gennaio 1935, in cui parla diffusamente dell'origine degli eteronomi.
« [...] Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo
eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente:
un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni,
attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso,
e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce
quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia. »
Pessoa viene ricoverato il 29 novembre 1935 nell'ospedale di Luís dos Franceses, vittima di una crisi epatica; si tratta chiaramente di cirrosi epatica, causata dall'abuso di alcool di tutta una vita. A titolo di curiosità, si riporta che fosse molto fedele alla marca di brandy "Águia Real".
Il 30 novembre muore all'età di 47 anni. Negli ultimi momenti della sua vita chiede i suoi occhiali e invoca gli eteronimi. La sua ultima frase scritta è nella lingua in cui fu educato, l'inglese:
« I know not what tomorrow will bring »
(Non so cosa porterà il domani)
Si può dire che la vita del poeta fu dedicata a creare, e che con questa creazione, creò altre vite attraverso i suoi eteronimi. Questo è stata la sua principale caratteristica, e il motivo di interesse per la sua persona, apparentemente così pacata. Alcuni critici si chiedono se Pessoa abbia realmente fatto trasparire il suo "io" reale, o se questo non fosse un altro prodotto della sua fertile creatività. Quando tratta temi soggettivi e quando usa l'eteronimia, Pessoa diviene enigmatico fino all'estremo. Questo particolare aspetto è quello che muove gran parte delle ricerche sulla sua opera.
Fernando Pessoa fu «l'enigma in persona» (il sottile gioco di parole non viene reso nella traduzione, perché in portoghese "pessoa" significa "persona"). Scrisse da sempre, partendo dal primo poema all'età di 7 anni fino al letto di morte. Aveva a cuore l'intelletto dell'uomo, giungendo a dire che la sua vita era stata una costante divulgazione della lingua portoghese; nelle parole del poeta riportate per bocca dell'eteronimo Bernardo Soares «la mia patria è la lingua portoghese». Oppure, attraverso un poema:
« Ho il dovere di chiudermi in casa nel mio spirito e lavorare
quanto io possa e in tutto ciò che io posso, per il progresso
della civiltà e l'allargamento della conoscenza dell'umanità. »
Come Pompeo, che disse che «navigare è necessario, vivere non è necessario», Pessoa dice nel poema Navegar é Preciso che «vivere non è necessario; quel che è necessario è creare».
Su Pessoa il poeta messicano premio Nobel per la letteratura Octavio Paz dice che «il poeta non ha biografia: la sua opera è la sua biografia», e inoltre che «niente nella sua vita è sorprendente – nulla, eccetto i suoi poemi».
« Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente. »
La grande creazione estetica di Pessoa è considerata l'invenzione degli eteronimi, che attraversa tutta la sua vita. A differenza degli pseudonimi, gli eteronimi sono personalità poetiche complete: identità che, inizialmente inventate, divengono autentiche attraverso la loro personale attività artistica, diversa e distinta da quella dell'autore originale. Fra gli eteronimi si trova lo stesso Fernando Pessoa, in questo caso chiamato ortonimo, che però sembra sempre più simile agli altri con la loro maturazione poetica. I tre eteronomi più noti, quelli con la maggiore opera poetica sono Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro.
Un quarto eteronimo di grande importanza nell'opera di Pessoa è Bernardo Soares, autore del Livro do desassossego (Libro dell'inquietudine). Soares è talvolta considerato un semi-eteronimo, a causa delle notevoli somiglianze con Pessoa, e per non aver sviluppato una personalità molto caratterizzata.
Al contrario, i primi tre possiedono addirittura una data di nascita e di morte, quest'ultima ad l'eccezione di Ricardo Reis. Proprio questo dettaglio venne sfruttato dal premio Nobel per la letteratura José Saramago per scrivere il libro L'anno della morte di Ricardo Reis.
Attraverso gli eteronimi, Pessoa condusse una profonda riflessione sulle relazioni che intercorrono fra verità, esistenza e identità. Quest'ultimo aspetto è notevole nell'aura di mistero che circondava il poeta.
« Con una tale mancanza di gente coesistibile come c'è oggi,
cosa può fare un uomo di sensibilità, se non inventare
i suoi amici,o quanto meno, i suoi compagni di spirito? »
Nella lettera ad Adolfo Casais Monteiro del 13 gennaio 1935, interrogato da questo sulla genesi dei suoi eteronomi, scrive:
« L'origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me.
[...] L'origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza
organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione.
Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri,
in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano
nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri;
esplodono verso l'interno e io li vivo da solo con me stesso. »
Sempre nella stessa lettera, descrive così la nascita del suo primo eteronimo, il suo "giorno trionfale":
« Un giorno in cui avevo definitivamente rinunciato
— era l'8 marzo 1914 — mi sono avvicinato da un alto comò e,
prendendo un foglio di carta, mi sono messo a scrivere,
all'inpiedi, come faccio ogni volta che posso.
E ho scritto circa trenta poesie di seguito,
in una specie di estasi di cui non riesco a capire il senso.
Fu il giorno trionfale della mia vita
e non potrò mai averne un altro come quello.
Cominciai con un titolo: O Guardador de Rebanhos (Il Guardiano di greggi).
E quello che seguì fu la nascita in me di qualcuno
a cui diedi subito il nome di Alberto Caeiro.
Scusate l'assurdità di questa frase:
il Mio Maestro era sorto in me. »

Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia,
non c'è niente di più semplice.
Ci sono solo due date
– quella della mia nascita e quella della mia morte.
Tutti i giorni fra l'una e l'altra sono miei.
Esiste una stanchezza dell'intelligenza astratta
ed è la più terribile delle stanchezze.
Non è pesante come la stanchezza del corpo,
e non è inquieta come la stanchezza dell'emozione.
È un peso della consapevolezza del mondo,
una impossibilità di respirare con l'anima.
A volte, quando alzo la testa stanca dai libri
nei quali segno i conti altrui e l'assenza di una vita mia,
avverto una sorta di nausea fisica che forse deriva
dalla posizione curva, ma che trascende i numeri e la delusione.
La vita mi disgusta come una medicina inutile.
Ho sempre rifiutato di essere compreso.
Essere compreso significa prostituirsi.
Preferisco essere preso seriamente
per quello che non sono, ignorato umanamente
con decenza e naturalezza.
Nostalgia!
Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato
niente per me, per l'angoscia della fuga
del tempo e la malattia del mistero della vita.
Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali:
se non li vedo più mi rattristo, eppure non mi sono stati niente,
se non il simbolo di tutta la vita. [...]
Domani anch'io scomparirò.
Domani anch'io - l'anima che sento e pensa,
l'universo che io sono per me stesso
- sì, domani anch'io sarò soltanto uno che ha smesso di passare
in queste strade, uno che altri evocherebbero vagamente
con un 'che ne sarà stato di lui?'
E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento
e vivo non sarà niente di più che un passante in meno
nella quotidianeità delle strade di una città qualsiasi.
Vorrei dirti quanto l'ansia di riuscire
rimanga al di qua di ciò che otteniamo.
La vita è un viaggio sperimentale,
fatto involontariamente.
Quando mi sveglierò dall'essere sveglio?
Possedere significa essere posseduto,
e dunque perdersi.
Niente si sa. Tutto si immagina.
La letteratura, come tutta l'arte,
è la confessione che la vita non basta.
I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti,
sono quelli assurdi: l'ansia di cose impossibili,
proprio perchè sono impossibili,
la nostalgia di ciò che non è mai stato,
il desiderio di ciò che potrebbe essere stato,
la pena di non essere un altro,
l'insoddisfazione per l'esistenza del mondo.
La stanchezza di tutte le illusioni,
e di tutto ciò che c'è nelle illusioni
- la loro perdita, l'inutilità di averle,
la prestanchezza di doverle avere per perderle,
il rammarico di averle avute, la vergogna intellettuale
di averle avute sapendo che avrebbero fatto tale fine.
Tutti possiedono, come me, un cuore
esaltato e triste.
E dopotutto ci sono tante consolazioni!
C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno,
in cui fluttuano sempre nuvole imperfette. […]
E, alla fine, arrivano sempre i ricordi,
con le loro nostalgie e la loro speranza,
e un sorriso di magia alla finestra del mondo,
quello che vorremmo, bussando alla porta di quello che siamo.
La metafisica mi è sempre sembrata una forma comune di pazzia latente.
Se conoscessimo la verità la vedremmo; tutto il resto è sistema e periferia.
Ci basta, se riflettiamo, l'incomprensibilità dell'universo;
volerlo capire è essere meno che uomini,
perché essere uomo è sapere che non si capisce.
Ci sono giornate che sono filosofie, che ci suggeriscono
interpretazioni della vita, che sono appunti a margine,
pieni di altra critica, nel libro del nostro destino universale.
Questa è una di quelle giornate, lo sento.
Ho l'assurda impressione che con i miei occhi pesanti
e col mio cervello assente si stiano tracciando,
come con un lapis insensato,
le lettere del commento profondo e inutile.
La decadenza è la perdita totale dell'incoscienza;
perché l'incoscienza è il fondamento della vita.
Il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe.
Il mio desiderio è fuggire.
Fuggire da ciò che conosco,
fuggire da ciò che è mio,
fuggire da ciò che amo.
Desidero partire.
Viaggiare?
Per viaggiare basta esistere.
Non so se è amore che hai,
o amore che fingi quello che mi dai.
Dammelo tanto mi basta.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo.
Saggio è colui che si contenta dello spettacolo del mondo.
Scegliere metodi di non agire
è stata l’attenzione e lo scrupolo della mia vita.
La mia anima e' una misteriosa orchestra
non so quali strumenti suoni e strida dentro di me:
corde, arpe, timpani e tamburi.
Mi conosco come una sinfonia.
Non cantare più!
Voglio il silenzio
per dormire
qualsiasi ricordo
della voce udita,
incompresa,
che fu perduta
perché l'ho udita...
All'improvviso, pauso in ciò che penso.
Scrivere è necessario. Vivere non è necessario.
Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d'essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
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